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giovedì 26 novembre 2020

#recenzioni #storiaverista --Ricordi di quando ero bambina.

Il libro, scritto a più mani come si vede dalle tre presentazioni, è un libro di storia verista cioè della storia semplice ma piena di insegnamenti di come viveva una piccola comunità e una famiglia a Maensa (Latina). Purtroppo siamo inondati da libri di storia- romanzo con l'esaltazione di un Cesare, di un Napoleone ecc, ma che ci dicono poco o nulla della storia vera della popolazione dell'epoca, con la sua povertà, affanni, dolori e gioie.Da lodare e leggere questo libro che ci porta nei costumi e nella vita ritmata di ogni giorno di una piccola collettività. Brava l'Angelica, lo zio fra Carlo, e il paziente lavoro di Sergio Zerunian. Riportiamo di seguito l'Indice per far capire l'opera e le prefazioni di Sergio Zerunian, Angelica Belli vedova Zerunian e di fra Carlo Belli per la loro freschezza e poetica naturale.

INDICE

PREFAZIONI

Maenza, anni Trenta del Novecento (Sergio Zerunian) 7

Una vita che non c’è più (Angelica Belli) .................. 11 

II mio paese tanti anni fa... (padre Carlo Belli) ........... .. 13

I. LA SOCIETA’ CONTADINA

La famiglia ..................................................................... .. 29

 Il fidanzamento e il matrimonio .................................. 35 

La nascita di un bambino ............................................ 45 

La morte e la consolazione .. .......................................... .. 51

II. LA VITA [N PAESE

Le attività di tutti i giorni ............................................. .. 57 

La scuola materna .................................................... 75 

La scuola elementare e la prima comunione ............... .. 79

I giochi .. ...... ........... .............. 87 

Il ricamo, il canto e il ballo ........... ............. .. 95 

Le festività religiose e le ricorrenze civili ............... .. 99

HI. LA VITA IN CAMPAGNA

L’organîzzazione generale ....... ...... ...... 133 

La coltivazione e la raccolta del grano e del granturco 143 

Il commercio della frutta .............. ...... ............. .. 153 

La cura della vigna, la raccolta dell’uva, il vino ..... .. 159

La cura dell’oliveto, la raccolta delle olive, l'olio 163 Lacci, trappole, funghi e lumache .. .............. 171

IV. ECHI E RIFLESSI DEGLI EVENTI STORICI

La bonifica della Pianura Pontina ....... ......... .. 177

 La Guerra d’Etiopia ....... ................ ...... .. 181 

La colonia al mare ....... ......................... 185 

NOTE E RINGRAZIAMENTI …………..189

                                 PRESENTAZIONE DI SERGIO ZERUNIAN.

                           MAENZA,  ANNI TRENTA DEL NOVECENTO

     Circa vent ‘anni fa mia madre scrisse pagine e pagine di appunti riguardanti il primo periodo della sua vita trascorso a Maenza, un piccolo paese dei Monti Lepini oggi in provincia di Latina. Qui era nata e cresciuta prima di trasferirsi a Roma, giovane sposa, agli albori del “boom economico" degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Quando scrisse i suoi appunti aveva poco meno di settanta anni e, forse credendo che la sua vita stesse volgendo al termine, aveva deciso di lasciare una testimonianza ai propri figli e nipoti di ciò che aveva visto e vissuto da bambina e da ragazza. Come fossero una preziosa eredità, affidò a me (il suo figlio maggiore) quel mucchio di fogli. Confesso di averli letti allora solo superficialmente e di averli riposti in un cassetto in attesa di momenti miigliori. Preso da vari impegni, ho rimandato per molto tempo una lettura più attenta degli appunti di mamma; ma essi ogni tanto mi chiamavano e mi dicevano ‘fermati, leggici, scava nei ricordi di tua madre, ne vale la pena! ”

     Finalmente qualche anno fa ho avuto il tempo di affrontare con la giusta curiosità e attenzione i ricordi di Angelica, quasi utti legati a quand'era bambina. Ho così scoperto un testo ricco di preziose informazioni, scritto con passione e sensibilità. Ho  pensato che meritasse di essere organizzato in una forma fruibile da parte di tutti (in ordine di potenziale interesse: mia sorella e mio fratello, i miei figli e i miei nipoti, i miei zii e i miei cugini, gli abitanti di Maenza... e tutte le persone che sanno dare il giusto valore alla storia e ai sacrifici compiuti da chi ci ha preceduto); mi sono messo al lavoro e insieme a chi li aveva scritti, a cui ho chiesto diversi chiarimenti e alcune integrazioni, ho cominciato a trasformare quegli appunti in questo libro. Ho scelto di toccare il meno possibile il modo di scrivere di Angelica, e in qualche occasione ho inserito delle brevi spiegazioni o integrazioni tra parentesi quadra (questo vale anche per il testo di zio Carlo, o meglio padre Carlo Belli); ho poi riportato con note a pié di pagina la trascrizione in italiano delle espressioni dialettali. A causa di un incidente accaduto a mamma e di vari impegni sopraggiunti, ho potuto completare il libro solo quest'anno. A lavoro concluso, posso dire che per molti versi quello che è etnerso è il ritratto di mia madre e del paese dove è nata e ha trascorso il primo periodo della sua vita.

     Mettendo da parte le motivazioni personali, penso che i vari capitoli del volume diano un contributo alla conoscenza della vita sociale dell ’epoca a cui si riferiscono,‘ rappresentano infatti una testimonianza di prima mano di come si viveva a Maenza e negli altri paesi dei Monti Lepini negli anni Trenta del Novecento. Nel testo si raccontano tradizioni locali e piccole storie di donne e di uomini, infarcite di fatiche quotidiane e punteggiate di gioie sincere per le cose semplici della vita; si racconta anche di come gli eventi storici e le conquiste tecnologiche, come ad esetnpio l'arrivo dell ’energia elettrica in gran parte delle case del paese, incidevano e cambiavano la vita della gente.

     Negli anni Trenta Maenza aveva poco meno di tremila abitanti, circa cinquecento famiglie la maggior parte delle quali ricavava tutto cio‘ che era necessario per vivere da una povera agricoltura collinare. La coltivazione degli olivi e la produzione dell ‘olio rappresentavano il pezzo forte dell economia del paese; ma ogni famiglia aveva anche un po ’di terra che al prezzo di non poca fatica dava grano, granturco, rutta ed uva per il vino. Tutti avevano poi polli e galline, molti anche un asino e un maiale. La vita era dura, ma non si moriva di fame. Le malattie infettive, più aggressive con il caldo dell ’estate e il freddo dell'inverno, erano causa di un ’alta mortalità infantile. La penicillina era stata scoperta da poco ma gli antibiotici non erano ancora stati sintetizzati e messi in commercio, tanto più in un piccolo paese come il nostro; cosi, libera da ogni contrasto, la selezione naturale agiva ancora indisturbato sulla nostra specie.

     In Italia, negli anni Trenta del secolo scorso si era in piena epoca fascista. La vita politica si svolgeva principalmente nelle città, ma alcuni eventi di grande portata, taluni originatisi nella seconda metà degli anni Venti, hanno toccato anche i piccoli paesi come Maenza e gli altri dei Monti Lepini : la soppressione degli organi democratici dei comuni, l'accorpamento dei piccoli comuni con quelli più grandi, la bonifica della Pianura Pontina, le guerre di Spagna e d ‘Etiopia con i “volontari” che partivano attratti da un non usuale stipendio. Comunque per la maggior parte della gente dei piccoli paesi e delle campagne del Lazio, ignorante e deliberatamente mantenuta tale, la vita scorreva sostanzialmente come cent ’anni prima. pressato dalla necessità di provvedere ogni giorno a una cena decente per quattro o cinque figlioli e magari di trovare delle risorse in più per far sposare le figlie femmine; ma non si perdeva un ‘occasione per fare festa!

     Mentre riordinavo gli appunti di Angelica, ho sentito il bisogno di cercare qualche riscontro storico e di confrontarmi con le poche fonti bibliografiche che trattano di usi e costumi di Maenza. Perciò ho ripreso tra le mani dei libri che dormivano da anni su un ripiano scomodo da raggiungere della mia libreria. Dall ‘interno di uno di essi è riemerso un dattiloscritto che avevo piegato e riposto più di quarantenni fa: si tratta di un testo scritto da mio zio Carlo (padre Carlo Belli, fratello di mamma), che avevo avuto da lui quand’ero ragazzo. Si intitola “Il mio paese tanti anni fa...” e credo sia databile intorno alla fine degli anni Sessanta. L ’ho riletto con profonda curiosità e rispetto e l'ho trovato molto bello, a tratti poetico.

     Visto che il testo di zio Carlo anticipa di una decina di anni i ricordi di Angelica e si riferisce agli stessi luoghi (padre Carlo era nato a Maenza nel 1920 con il nome di Fernando ed era partito per Veroli, per frequentare il seminario dei frati cappuccini, all’età di undici anni dopo aver completato la scuola elementare), ho pensato di inserirlo in questo volume dandogli la veste di un'ulteriore Prefazione. Zio Carlo, morto nel 1994 dopo essere stato sacerdote cappuccino per giusti cinquant’anni, non potrà vedere pubblicati i suoi ricordi. Spero solo che non si arrabbi, e che da lassù comprenda anche questa volta la licenza che mi sono preso!

PREFAZIONE DI ANGELICA BELLI vedova ZERUNIAN

                                           UNA VITA CHE NON C’È PIÙ

     Quand’ero bambina, e parlo di ottant ’anni fa, nel mio paese si viveva in modo molto semplice e con umili risorse. Certe volte mi sembra quasi ieri, ma se mi guardo intorno... è cambiato tutto, è un altro mondo! Forse non sarà troppo difficile per i miei tre figli, che hanno oggi più o meno sessant'anni, credere a quanto ho pescato nella mia memoria; anche se loro sono nati a Roma, in una casa moderna e riscaldata, e al paese li portavamo solo d ’estate alla fine della scuola. Ma ai figli dei miei figli, i miei sei adorati nipoti, sembrerà di leggere la trama di un film ambientato in un ’epoca lontana...

     Io ricordo una vita che non c’è più, cancellata dagli enormi progressi tecnologici che hanno toccato ognuno di noi: la distribuzione nelle case dell ’energia elettrica, la copertura delle strade con l ’asfalto e la comparsa nelle delle prime automobili, l 'arrivo della lavatrice, del frigorifero, del telefono, della televisione, del computer; per non parlare poi dei moderni telefonini, con cui qualche tempo fa ho parlato e ho visto uno dei miei nipoti che era in vacanza in Nuova Zelanda. Noi non sapevamo nemmeno cos ’e-rano le vacanze, e i nostri libri di geografia non arrivavano fino alla Nuova Zelanda.’

     E cosi, prima che la vita che ho vissuto da bambina e da adolescente andasse persa del tutto, ho voluto tirare fuori ciò che è ancora vivo nella mia memoria; è un ’attività che ho iniziato parecchi anni fa e che solo ora, grazie al prezioso lavoro di mio figlio Sergio, sta prendendo la forma di un libro. Spero che interessi agli altri miei figli, ai miei nipoti (i figli dei miei figli, i figli di mio fratello e delle mie sorelle, i figli dei miei cugini e delle mie cugine), ai cittadini di Maenza, a quelli degli altri comuni dei Monti Lepinì e magari di tutta la Provincia di Latina... che è nata nel 1934, lo stesso anno in cui io ho iniziato la scuola elementare.’

Roma, luglio 2013 Angelica Belli


PREFAZIONE DAGLI APPUNTI DI PADRE CARLO BELLI

                                     IL MIO PAESE TANTI ANNI FA...

     Vi nacqui ai primi albori di un solstizio d ’estate ormai lontano quando l’ astro maggiore tingeva di rosso il cotto dei suoi tetti e scioglieva in nebbiolina trasparente le gocce di rugiada che imperlavano i ciuffi di garofani straripanti dai barattoli di latta esposti quasi ad ogni finestra; in quei giorni erano in attesa di essere scambiati quale atto di nascita di una parentela gentile, “cumpàre  i cummàre San Giuvàgni”, che diventava patto d’onore rispettare.

     Amo il mio paese per le sue còne, per le chiesette disseminate nel contado, per le sue sorgenti, per i suoi oliveti e per l ’olio sopraffino,  per le sue finestre e i balconi traboccanti di fiori, per la sua piazza coperta (una volta mattatoio, dove convenivano le fanciulle anemiche  per bere il sangue delle bestie appena scannate) con i suoi tre occhioni spalancati sul mondo sottostante, per i suoi orizzonti qua interrotti dalla mole dei monti e là liberi e spinti fino a lambire ilmare. per le sue mura ruvide e pur suggestive, per le sue viuzze da casbah, per la rete fitta di vicoli e vico/etti, per i suoi grandi archi detti supporti. per gli innumerevoli  gradini che tante volte percorsi correndo a perdifiato quando ero in ritardo per la scuola o quando andavo a “ffà gli cummànni”, per la sua chiesa una volta bellissima e invidiata, per il suo castello che racchiude nelle sue mura possenti l’eco di tante glorie e... di tanto sudore, di tante lacrime e di tante umiliazioni della mia gente.

     L ’amo per il temperamento dei suoi abitanti, fatto di contrasti e di aperture, di guizzi intelligenti e di estrose impennate, di voci altisonanti e di silenzi pensosi, di cose gridate in faccia al sole e di cose sepolte nel segreto del cuore...

     L ’amo perché più di una volta, nel secolo XIII, vi scese il Dottore Angelico (Tommaso d'Aquino), ospite desiderato e venerato della gentile castellana, la nipote Francesca; perché vi soggiornò con le sue prime figlie la beata Maria De Mattias (vallacorsàna [natia di Vallecorsa]), vi predicò San Gaspare Del Bufalo, vi prese dimora a più riprese  un nobile giovane esile e intelligentissimo che un giorno sarebbe stato assunto al soglio pontificio (Papa Pecci); infine perché vi vide la luce un intrepido missionario (padre Cle- mente da Maenza) che, apostolo di Cristo nel Congo, venne poi catturato da ima nave corsara e venduto schiavo in Algeri, dove fu impiegato come giumento ad azionare la macina di un mulino e morì vittima di carità l ’11 maggio 1663 dopo aver prestato generoso aiuto agli appestati.

     Lo amo cosi come lo ricordo quando non ero ancora uscito dalla fanciullezza e lo lasciai, con tanto strazio e con tante lacrime. per seguire una voce misteriosa che mi spingeva verso nuovi orizzonti.

     Amo il mio paese, infine, perché è il più bello che abbia mai visto. Chi si rassegna a sentirsi dire che esiste una donna più bella e più buona della propria mamma?

     Ricordo il monotono susseguirsi delle giornate d ’inverno quando, dopo il riassetto della casa, la donna si sedeva vicino al fuoco e affrontava la canestra dei panni da rattoppare (sciacquàti alla fontana in fietta in fretta quando la famiglia era ancora immersa nel sonno) o sferruzzava con concitata precisione alzando a intervalli il braccio per ravviare il dondolio della cùnnia che pendeva dalla trave del basso soffitto. Quando il pargolo era stufo di quel singolare va e vieni, la mamma lo prendeva tra le braccia, lo carezzava, lo chiamava con appellativi pittoreschi (capivi subito se si trattava di maschietto o di femminuccia... ) che solo mamma e bambino comprendevano, e poi, con voce venata di malinconia e ai gioia insieme, intonava una dolcissima cantasilèna che man mano assumeva toni sempre più sfumati fino a risolversi in un mugolio asillabico : avevi così l’impressione  che il tesoro della mamma fosse stato risucchiato nel grembo materno, dove tutto era silenzio e trepida attesa come per lo schiudersi di un fiore.

.    A mezzogiorno di norma non si cucinava. Un po’di pane e un po di companatico, quando c ‘era, erano il pranzo della povera gente (che era la maggioranza).  E lo sposo, che aveva raggiunto il suo campicello giusto in tempo per ammirare i piedi rosati dell'aurora discendere le balze della montagna di fronte, a quell ‘ora posava la zappa, o la vanga o ggliù surìcchio; col coltello dal manico d'osso acquistato al] ’ultima fiera, affettava il pane, lo tnasticava quasi con devozione e intanto si guardava intorno per individuare il punto giusto della fratta [insieme di rovi] dove rubare un palmo di terra, affinché a giugno potesse battere sull 'aia una manciata di spighe in più.

     All ’itnbrunire il paese sembrava destarsi da un lungo sonno. Le poche e fioche luci della illuminazione pubblica sembravano prendere la consegna degli ultimi sprazzi di chiarore naturale. Le strade si animavano. Fratte di bimbi correvano a Fòr de porta ad attendere tata o nonno non per dare il bentornato (non usava allora) ma per ficcare la manina nel tascapane alla ricerca di un tozzo di pane seccato al sole e al vento; quel pane, ggliù pano de lla cor- nacchia, aveva un sapore che non ti dico! I più fortunati potevano anche permettersi il lusso di fare una sorsata a ggliù sìcchio de llu latto; se la stagione era quella giusta, da ggliù tascapàno si tirava fuori ’na manicciàta de mandulìne, de scruccalìcchi, de cirasèlle, de resta, de crognàli, di noci, di nocciole e... ca ruàzzo [pettirosso] o ca fringuello andato a finire, incauto, sotto ’na radicèlla o ’na caiòla. Qualcuno trovava anche un bel merlo, che si affrettava a portare a gnòra Quintilina per riceverne in cambio nu chilo de salo. I magri bilanci di casa non permettevano, a quei tempi, un peccato di gola!

     Imbranchiamoci nel chiassoso corteo e appettàmo l ’ampia scalinata alla cui cima si biforca la via pe’ lla Villàtiza e la rampa che sfocia alla piazza. - Bona sera cumpà. - Bona sera cummà. - Tàaa. - Màaa. — Patéee. — Patìii. - Zìii... Un nugolo di donne, di tutte le età, con in testa 1m aggeggio di legno, la quartuccia, si avviano a passi affrettati vérso la raccòta de Santo Sebastiano. Cosa ci sia nella quartuccia e quale rito vadano a compiere quelle care figliole, tu lo sai. O non te lo ricordi?  I llu prusùtto, le zazzìcchie, 1a ventresca, accetera, accetera, che gli cacono le jatte? [La raccolta de Santo Sebastiano era un luogo di ricovero per i maiali; nel capitolo “Le attività di tutti i giorni" viene raccontato il rito quo- tidiano citato e la particolare modalità di allevamento dei suini escogitato dai maentini dell ’epoca.]

     Lasciamo lo sciame che invade come una piena le strade, i vicoli, le viuzze e andiamo alla ricerca di sor Antonio Montini, un garbato signore che girava sempre con un enorme mazzo di chiavi in mano da far invidia a San Pietro (puzz’èsse beneditto), per pregarlo di farci salire al castello.  Normalmente  si passava nei pressi della bottega de Guido ggliil barbiéro. Non era possibile sbagliarsi perché il concertino di chitarre e di mandolini ti invitava ad entrare o a sofermarti un istante. Cosa vedevi? Giovanotti robusti che facevano il turno per esser serviti (ggli vagliòli potevano e... dovevano dare la precedenza): quattro sforbiciate, uno spruzzo di profumo (quello meno caro, s intende) e poi via a consumare il rugale pasto, badando di non sciupare la piega che doveva far colpo su la rigazza la quale, per conto suo, aveva tirato fuori e indossato il corpetto più bello per contrapporre, anche lei, il suo colpo.

     Giunto sulla torre del castello eri invaso da un sentimento  misto di stupore e di commozione. A parte l ‘orizzonte stupendo, vedevi sotto una selva di comignoli dai quali fluiva una lingua di fumo azzurrognolo che ti metteva, non so perché, l'acquolina in bocca e ti calava nel cuore un senso di struggente tenerezza. Se avevi fantasia, potevi anche vedere ciò che si celava sotto quei comignoli e indovinare anche il menù della cena, che era talvolta insieme  anche pranzo e colazione. Polenta cu ggliù baccalà, cu gli cìammòttì [grosse lumache], cu llu fritto [frattaglie], cu lla îpolla e llu rattàto [formaggio di pecora grattugiato] o cull’èreva pazza (se la donna aveva potuto fare un salto pé ggliù Mònto o pé Ile piaje): patacce, minestra cu ggli  fasòli collu pano sotto, pasta î petàte... Basta? Basta.’ E la frutta? Mbè, parlìmone n’atra vòta!

     Entriamo ora in una casa, una delle tante e non una delle poche.  Primo  avvertimento: attento dove metti i piedi e attento alla testa. Il chiarore fioco della luma, che spesso è alimentata con olio de pùtio [lentisco], ti consiglia di muoverti con molta circospezione, con devozione direi. Se non hai ancora cenato, pazienza.’ Puoi dirti fortunato se non vedi appesa al muro la ùrlara: segno è che un po ‘de callaroste e un bicchiere, anche due, di vinello frizzante a’ ‘uva fragoletta ci saranno anche per te. 

     Attorno a ggliù cammino troverai schierata tutta la famiglia che forse sta per terminare la recita del rosario. Anche se lo spazio è risicato ti sarà oflerta una sedia, rrtentre ggliù mammòccio o la mammòccia (se hai spirito di osservazione non ti sfuggirà un moto di stizza sul suo volto) andrà a rannicchiarsi ’ngima a ggliù focoiàro per sedersi a ggliù ciocco o a lla pancòzza. Non ti sarà dijficile scorgere, appese sugli alari, le fasce i ggli cintùri dell ‘ultimo nato, o le pezze già fumanti in cui sono rimasti inguainati a mollo i piedi dell ‘uomo per tutta la giornata piovosa.

     Se in casa c ‘è na vagliòla arivata, non faticherai ad accorgerti si ttè ggliù rigàzzo.  Sarà tesa come un arco e non le sfuggirà il minimo rumore proveniente dalla strada... E quando arriva “lui " non ti aspettare baci, strette di mano o che so io. Se hai l ‘orecchio e l ‘occhio addestrati, sentirai e vedrai... E non rimanere fiastornato se i “promessi” non si sederanno l ‘uno accanto all ‘altra. Sarebbe una grave scortvenienza; e poi, sai, la gente chiàccara...

     La conversazione va avanti caltna, tra un bicchiere e l ‘altro. C’è chi parla de streje, de lupunàri, de fantàsime, de fraticéglì, de bbriganti; c ‘è perfino chi giura (me pozza cecà si nun è vero!) di aver visto un tale morto pochi giorni dopo le nozze seduto su uno dei pilastri del cancello de Sarrocco. Poi si passa a discorrere del tempo, delle semine, dei raccolti mai sufficienti, delle tasse, delle malattie... i dde chìglio i dde chélla, che sbruugnati! Dio ce ne scampi e libberi!

     I piccoli, uno dopo l ‘altro, vengono portati o accompagnati a nanna. Le fiamme del focolare hanno perduto il guizzo vivace di prima e sembrano invitarti, discrete, a non abusare dell ‘ospitalità. - Bbòna notte. - Bbòna notte... i ggrazzie. Le braci vengono coperte con la cenere (la preziosa cenere per il profumato bucato, cose d'altri tempi!) e la luma viene spenta, non prima di aver appilato gglîù bucio de lla porta [passaggio che di giorno permetteva ai gatti di erttrare e uscire dalla casa]. Ciascuno bisbiglia le preghiere della sera e poi, di colpo, arriva un profondo sonno ristoratore. I bimbi sognano le streghe, i fantasmi, ulivi carichi di frutto, spighe pingui e grappoli dorati, la sorella... vestita da sposa, la polenta rescallàta pe’ colazzione, e si tengono stretti su quel pagliericcio troppo angusto per accogliere tanta carne battezzata... A notte alta, quando il sonno era diventato la più bella invenziorte del buon Dio, potevi essere svegliato e cullato da un gorgoglio di corde pizzicate o dal suono fluente di un clarino o di un ottone: c ‘era qualche vagliòla da far decidere, da premiare o da punire (ingrata !). Serenata d ’amore o a dispetto.

     Se eri ritardatario (poteva avvenire per pochissimi motivi, primo tra questi ’na cantinozza ospitale e ben fornita’), non era difficile imbatterti in una misteriosa figura stretta ne ggliù fazzolettone. Se avevi buon fiuto non doveva esserti difficile fugare il mistero: un profumo pungente de pùtio 0 de mortella e una fra- granza familiare (allora!) che evocava insieme e campi di spighe e madia di castagno e mattoni arroventati e mantìlo de lana, ti svelava la presenza della fornàra che ritmava i cicli della confezione del pane; questa, gitmta dinanzi a una porta, picchiava con discrezione aspettando risposta che doveva giungere dalla càmmera ’ncima. Poi pronunciava una formula rituale: — Cummà... ammassa! E il pane, il buon pane di una volta, te lo sentivi già in bocca mentre inghiottivi a vuoto...

     Se avevi premura di fare la maggese o di gettare la semente, ti alzavi alle ore piccole e ti recavi a foraggiare i buoi perché ingurgitassero quanto più fieno possibile,‘ tanto di tempo per ruminare ne avrebbero avuto d ‘avanzo, dovendo allineare innumerevoli solchi prima di tornare, stanchi morti, alla adorata mangiatoia. Allora, uscendo di casa, potevi imbatterti in uno strano còso, non sapevi se bestia o cristiano, che correva a pecorabbè emettendo un ululato tutto particolare. Si trattava de ggliù lupunàro [il lupo mannaro o licantropo] che andava, come si diceva, a gettarsi alla prima fontana... per tornare uomo!

      Quando sorella morte veniva a bussare alla porta di casa, se eri grande sapevi che cosa sarebbe successo; se eri in tenera età, nella tua innocenza benedicevi il provvidenziale cùnzio [tradizione maentina in cui i parenti provvedono per una settimana a cucinare e fornire i pasti alla famiglia del defunto] che rornpeva la quasi perpetua quaresima della tua famiglia e ti permetteva di rifarti le costole per una buona settimana. E tu, tra il trasognato e I’incredulo, ti arrovellavi il cervello per capire il perché e per come tanto ben di Dio dovesse essere accolto e trangugiato coi visi sempre tirati e un ‘atmosfera da funerale... E se poi l'abbondante pappata non ti favoriva sonni tranquilli, potevi anche assistere a un altro spettacolo sconvolgente e per te incomprensibile: quelli più grandi di te rompevano il silenzio con singulti e con lamenti mal repressi. Adesso che capisci, dirai che eri un incosciente. Ma non lo eri, eri semplicemente un bambino innocente, nelle cui membra prorompeva un torrente di vita che nessuna morte poteva arrestare...

     E la domenica? Spesso mi sorprendo a pensare alla fedeltà dei nostri vecchi alla messa. Con qualunque tempo e a costo di grattdi sacrifici non la tralasciavano mai. Magari giungevano a casa trafelati e zuppi di pioggia o di sudore, fino alle ossa. Si lavavano, si cambiavano, calzavano le scarpe riposte ne ggliù credenzòno (alcuni tenevano ancora le scarpe portate dall ‘America! E quando le consumavano? Per tutti i giorni c ‘era l ’umìle e ortopedica ciocia), facevano colazione con bignè, briosche, cioccolato... Pardon, mi correggo: mangiavano poco pano, poco companà, trangugiavano nu bbicchiéro... i tòcca alla messa. Una visita ai parenti più stretti, magari pe’ ppetì ‘nu cagno, una ‘piazzata" con ntostra in piena regola de camise pulite i dde cazzùni che spandevano riflessi metallici (che sciccheria la pelle de diavolo! ), poi I ‘immancabile chiamata: - Tàa, a ditte mamma che vé a mmagnà. E poi il pranzo in piena regola, tanto più se Custanzia aveva macellato la crapa o la pècara.

     Non parliamo poi delle feste recurdatìve. Natàlo, Capo d ‘Anno cu Ile crespelle e ggliù bbònì, bbònì, bbon anno scandito dalla voce de Rutilio e cadenzato dalla sua gamba che tracciava un mezzo cerchio quando si muoveva.  Epifania cu lla cazzétta piena de fico secche, ’na noci, pòche mandole, ’no purtugaglio [un ’a- rancia], ‘na caramella e  i lla cégnere.   Sant ‘Antonio de ggliù pòrco e i lle paccula secche.  Santo Sebastiano i lle zazzìcchie arrostite tra gli uliveti dopo la messa cantata.  Carnuvalo vécchio i ppazzo.  la Via Cruci.   La prèdeca dell’aleme sante.  Giovedì Santo cu gglì babbalùcchi che giravano vestiti di bianco e incappucciati fin sotto il mento e cantavano (a denti stretti, quasi ringhiando, forse era scritto nel copione...) strofe in lingua ostrogòta.   L ‘Agonia, col Calvario riprodotto sull ‘altare maggiore cu ggli tagli de lucini [lecci] e con l ‘immancabile grancassa, piatti, tamburo e lampi di potass
io che commentavano plasticamente la Morte di Gesù e te facevano  raggriccià la pella.  Sabato Santo con la benedizione delle case, degli ovi e degli ciammellùni.  Pasqua di Risurrezione cu 11a messa cantata ’ncima agli òrghini oppùro derèta a ggli accòro.  La festa de lla Llunziata i lla merènna co’ frittata de spami [asparagi] e ’nzalata de tàfane [vitalbe] .   Il mese di maggio Santo Llautèrio, puzz’èssa laudato! Poi ggliù Corpus Ddommini con pioggia di petali di ginestra e di papavero e con le coperte luccicanti alle finestre.   Sant ‘Antonio de ggliù ggiglio.   L ‘Assunta.   Sarrocco i lla priggissione a ggliù campo santo cu lla prèdeca a lume di tante candele (com'era suggestiva quella processione, sentivi ben’alema Nicèto Boschetto, priòro de lla Confraterneta lla Madonna che con la mazza scandiva il passo e ogni tanto diceva Avummarìa...). Poi a settembre il Nome di Maria con l’esposizione e la declarnazione delle reliquie (seguita volta per volta da un suono concitato di campanelli e da una strimpellata d ‘organo, merttre ggliù curato benediceva la folla) e con la tirata a sorte del nome di una ragazza particolarmente bisognosa cui veniva assegnata una piccola dote. Ggli Santi, ggli Morti i lla Cuncètta. I lle férie [le fiere]? Chélla le Fischie, chélla la Ròcca, chélla Presséì, chélla Mezzagosto... 

     Ricordi un particolare? Le feste patronali (le più chiassose e variopinte per la tombola, i fuochi pirotecnici, ggli ggilati za Rosetta, i ggliù cuncerto, i lle musciarèlle, i lle sollécchele...) si chiudevano sempre con una scazzottata o con una sassaiola. Sernbra- va un numero d ‘obbligo. E non è che ci si volesse male: questione di “campanile " tra mainzàni i roccuciàni [abitanti di Roccagorga, paese a pochi chilometri da Maenza]; gli ultimi, spesso, di null ‘altro colpevoli che di aver vinto alla... tombola. Avevano voglia ggli carabbignéri ad ammonire, a sfiatarsi, a correre e a dare qualche colpo di scudiscio. Alla prossima festa... idem con patate! Se no, mi sai dire che razza di festa era quella?

     Le feste avevano anche un altro epilogo. La mattina dopo sentivi fischiettare, con ammirevole precisione, tutte le melodie nuove che la banda, spesso forastiéra, aveva eseguito. L ‘alto e vivo senso di musicalità dei maentini meriterebbe un discorso a parte, ma penso di cavarmela con due parole: chi metterebbe in dubbio che Santa Cecilia sia nata a Maenza? Le prove? Ma dinanzi all ‘evidenza. scusami.

    Alt, a proposito di musica e di canti, c ’è un altro particolare che mi sembrerebbe sconveniente tralasciare. Hai mai sentito alla radio zm ‘opera lirica? Mentre l ‘ascolti sembra che ti si proiettino davanti agli occhi favolosi scenari già visti da qualche parte: monti che si ergono solenni, balze rupestri, pianure sconfinate, resche polle chiacchierine, campi arati di fresco o già ondeggianti di mèssi, boschi ombrosi, vigneti profumati; il tutto immerso in una colata di colori che a stento l’iride ne contiene... Poi di qua un coro poderoso, più in là un cinguettio di voci argentine, in lontananza una nenia che vola sulle ali della brezza o ristagna sulle brume afose dei primo pomeriggio... Ti accorgi che tutto è intriso di canti... Sono i canti della mia gente che attende ai lavori della semina, che zappa e che vanga, che raccoglie le olive, che monna lu grano, che ffa lu féno, che stanna, che mète, che si destreggia con le forcine intorno all’ara , addo se fa la trita, che vatte lu grano cu ggliù chiuvìglio, che stùtara, che scartòccia i cche vatte ggli tùteri e ggliù passòno,  ammentre che ggli orghini sòna ggliù saltaréglio, che vendemmia...

     Se l ‘età ti consente ancora un buon udito, potrai ascoltare ad intervalli anche il “giornale radio“, cioè la narrazione cantata e la denunzia (in versi salaci e birichini...) di qualche “impresa " più o rrzerzo pulita, che ora scotta sotto i piedi degli “irnpresari ”. Se questi sapessero di alta poesia dovrebbero ripetere, pieni di vergogna, "maledetto fu il libro" con quel che segue...

     Nelle notti incantate di fine estate, quando sbucavano dalla immensa volta del cielo i tre bastùni i lle caglinèlle [i tre bastoni e le gallinelle, rifetrirnertto astronomico], nelle campagne potevi notare ima certa animazione. Ladri? Qualcuno si sente male? No, grazziaddio! (Jomini intenti a carecà ggli biùnzi ‘n cima a ggli àseno. mentre le dorme, assestato la croglia n’cap0, vi calavano pesanti canestre traboccanti di fiutta.    Alcuni chiami pe’ ggli albrìti vicini e poi via, diretti a Piperno, a Sezze o a Carpénéta a vendere, per pochi spiccioli, il succo fragrante stillato da una terra bagnata di sudore e pregna di speranze. Se la strada era particolarmente accidentata, una torcia fatta di un mazzo di canne o de strugli, portata da un ragazzotto cui niente pesava e che sognava ad occhi aperti la vista di una “città” luntana luntana addò ci stévono tanti si gnuri, illuminava coi suoi guizzi scoppiettanti i passi pesanti della carovana che doveva toccare la meta alle prime luci dell ‘alba.

     Mmérso lla Llunziata o a ggliù Canalo potevi incrociare strane ombre che avanzavano con passi felpati, tanto erano morbidi ggli taccùni delle cioce. Giacca e tasca sulla spalla e secchio in mano, agili giovanotti volavano (sembrava proprio così) ’ncima a Montaùto, a Caluvéglio, alla Zappatina, a Monte Sant’Agnolo pe’ requéte i abbuvurà lle mmasciate de vacche, de cavagli i dde crape che allora popolavano le nostre belle morttagne. Qua e là potevi anche udire il belato di un agnellino che era stato strappato dalla zinna materna perché il latte serviva a ffa’ llu caso i lle ricotte i lle casette; pe’ ggliù pecorìglio ci stéva l’èrava fresca...

     La valle di Montaùto ha lasciato in me dei ricordi tutti particolari. Allora brulicava di capanne e casette e palpitava di vita. I vallacorsani [gente proveniente da Vallecorsa, un piccolo paese in provincia di Frosinone], un popolo che io rispetto profondamente e che sembrava recasse stampata in fronte una cert ‘aria di tri- stezza e di nostalgia per l'esodo forzato da magre e scarse terre, col loro ingegno e con la loro tenacia di pionieri avevano trasformato la valle in una condizione che faceva piacere a vedersi. Si diceva che le loro donne facessero biondi i capelli frizionandoli ogni giorno con la liscivia. Si diceva anche, e si vedeva, che tra loro vigesse ancora un regime patriarcale, ricco della saggezza di tanti secoli. Lontani dal paese, erano privi artche delle pur scarse comodità che quei tempi offrivano. 

     Quando la malattia o la morte bussavano alla porta dello loro solide casette (avevano dei mastri muratori di tutto rispetto), allora la situazione diventava tragica. I valligiani de lle Rose, che normalmente trascorrevano la loro vita in campagna, avevano pur sempre ’n0 bucio de casa a ggliù paieso per i casi di emergenza; ma i vallacorsani no. E nemmeno avevano parenti “cittadini" ai quali far ricorso. Ricordo con un brivido di commozione che non una sola volta mi è capitato di vedere un cadavere ripercorrere la strada che i suoi piedi polverosi e stanchi avevano tante volte battuto sotto la sferza della canicola, sotto il flagello della pioggia o la morsa del gelo; veniva legato su una scala di legno gettata sulle spalle di due portatori e cosi, protetto da una coperta, portato al cimitero [la strada per Monte Acuto era all ’epoca una mulattiera impervia che non consentiva il trasporto dei morti in altro modo]; qui veniva messo in una bara preparata dal falegname e seppellito dopo la cerimonia funebre. Per fortuna questi sono soltanto tristi ricordi. Ora... è tutt ‘altra cosa. 

     Non ti dispiaccia, caro amico che hai avuto pazienza a seguirmi in questa scorrìbanda, se io (che da un pezzo mi son buttato dietro le spalle gli ...enta, con i miei ...anta e passa) ritorni sempre più frequentemente con la mia mente e con il mio cuore a gioire, a soffrire, a cantare come usava quando portavo ggli cazzùni cu lla spaccàzza i lla sirìvetta addafòri. Ridi? Ridi pure, chi ssa si mmo ’n se tenarìa piagne?

Roma, fine anni ’6O padre Carlo Belli